La storia

Quella del pane carasau è una storia molto antica, sembra infatti che le sue origini risalgano all’età del bronzo (II millennio a.C.), nella regione della Barbagia.

Il nome carasau deriva sia dalla parola sarda cariare, che indica la speciale lavorazione dell'impasto, sia dal verbo carasare che si riferisce all'ultima cottura (tostatura) del pane. Letteralmente "carasau" significa "carta musica", ciò deriva dalla sua croccantezza che genera il caratteristico rumore durante la masticazione. Il pane carasau, infatti, a differenza degli altri pani italiani, è sottile e croccante.

Data la lunga capacità di conservazione, anticamente il pane carasau era molto diffuso tra i pastori che, impegnati nella cura delle greggi, rimanevano per tanto tempo lontani da casa e dunque necessitavano di avere sempre a disposizione del pane.

Come molti prodotti antichi, la preparazione di questo pane era accompagnata da un rituale sociale prevalentemente femminile. Le donne (per almeno tre) si riunivano in un locale adibito con forno a legna dove trascorrevano la giornata in ginocchio a preparare il pane carasau che richiedeva varie (e lunghe) fasi di lavorazione. Di tanto in tanto, quando la lavorazione dell'impasto era troppo faticosa, gli uomini correvano in loro soccorso.

Come si degusta?
Il pane carasau è particolarmente piacevole per la sua croccantezza e il suo sapore di grano, molto essenziale. Lo si può  utilizzare come pane d’accompagnamento alle salse e, se eggermente reidratato, è possibile gustarlo con salumi o utilizzarlo come supporto per piatti succosi tipo il ragù di carne o di verdure. Si conserva a lungo ed è facilmente trasportabile.

La preparazione

Il pane carasau richiede, ancora oggi, varie fasi di preparazione che, anticamente, cominciavano prima dell'alba.

1. Il lievito (madre, all'origine) viene prima sciolto in acqua tiepida poi mescolato alla farina di semola di grano duro, rimacinata. Le famiglie più abbienti usavano solo farina bianca, il popolo utilizzava delle miscele di farine integrali e meno pregiate.

2. Successivamente, l’impasto viene lavorato a lungo in recipienti di legno o di terracotta.

3. Una volta diventato omogeneo, l’impasto subisce un’ulteriore lavorazione su tavoli di legno, dove viene schiacciato più volte, in modo che diventi liscio ed elastico.

4. A questo punto lo si lascia lievitare per almeno 2-3 ore. Più precisamente, una volta cominciata la lievitazione, lo si taglia in dischi spessi che vengono poi avvolti in coperte di lana. Una volta lievitati, i dischi si stendono molto finemente con il mattarello di legno e, successivamente, si infarinano e si ricoprono con panni speciali.

5. Il pane viene cotto in forno a legna (in genere di quercia) a temperature molto elevate, intorno ai 400°C. Non appena i dischi entrano in contatto con il calore, si gonfiano formando una palla piena d'aria.

6. Una volta fuori dal forno, si separano i due lati con un coltellino (operazione delicata vista anche la temperatura del pane). Ogni metà del disco viene nuovamente tostata in forno così che diventi croccante. Questo processo di disidratazione consente una lunga conservazione (fino a due mesi).